Il G20 crea tensioni a cavallo dell'Atlantico
Gli incontri in corso del G20 di Pittsburgh sanciscono ancora una volta la mancanza di una strategia globale di fronte a una crisi che ha colpito invece tutte le economie del mondo. La maggior parte delle testate internazionali che affrontano le importanti tematiche in agenda si sofferma sul populistico argomento dei bonus dei banchieri.
Ma davvero qualcuno crede che la finanza globale sia spostata dai bonus dei banchieri che sono assolutamente trascurabili rispetto alle performance dei grandi gruppi finanziari del mondo? Certo il fatto che ormai la storia si legga in trimestrali e che spesso i manager siano incentivati a profitti di breve che danneggiano le loro società nel medio e lungo periodo è un grave problema dell'epoca, ma ritenere che abbassare lo stipendio di manager incapaci risolva i problemi dell'oggi è retorico e ridicolo.
Potrà fare giustamente piacere a chi ha perso il lavoro a causa delle scelte in questione, ma non risolve la debolezza della domanda globale, la fragilità dei bilanci bancari, la debolezza del sistema finanziario globale nel suo complesso. Si approvi pure l'ancoraggio dei bonus ai ricavi dei gruppi come propone il presidente francese Nicolas Sarkozy, ma con questo non si risolveranno i problemi veri.
Nuove regole sono necessarie, il cancelliere tedesco Angela Merkel con un piglio battagliero probabilmente incoraggiato dalle prossime elezioni in patria, ha fatto bene a sottolineare che sulle regole che dovranno servire a rafforzare le banche e le istituzioni finanziarie del mondo non si può transigere nel momento in cui viviamo la peggiore crisi dalla Seconda Guerra mondiale a oggi.
Ma le sue parole si inseriscono in un contesto politico più fluido che mai. Il definitivo allargamento della cabina di regia (teorica) dell'economia globale dal G8 al G20 è un segno dei tempi da non trascurare. La Cina e le altre grandi economie emergenti entrano nel club e ovviamente scuotono gli assetti. Per fargli spazio Obama ha anche chiesto delle modifiche al consiglio esecutivo del Fondo Monetario Internazionale modificando le quote e proponendo un calo da 24 a 20 dei rappresentanti del consiglio.
Le nazioni più importanti dovrebbero cedere il 5% dei propri diritti di voto alle meno rappresentate come appunto la Cina. In pratica sarebbero a rischio le prerogative di Gran Bretagna, Francia e in genere della rappresentanza europea. Si tratta di un ponte verso la Cina per certi versi sorprendente da parte degli Stati Uniti se si considerano i recenti annunci di guerra commerciale tra le due nazioni sul caso delle tasse agli pneumatici importati negli States.
Gli Stati Uniti hanno ricordato che al Fondo Monetario hanno rinunciato a essere rappresentati con tutto il proprio Pil in termini di diritti di voto, va però ricordato che con il 17% dei voti e le delibere che richiedono una maggioranza dell'85% hanno di fatto un diritto di veto che nessun altro ha. Oltretutto se si considerasse il Pil, l'Unione Europea batterebbe gli Stati Uniti.
La creazione di una rappresentanza unica, però, sarebbe troppo per questo Vecchio Continente sempre pronto a dividersi. In compenso qualcuno gioca benissimo da solo, come la stessa Merkel che, dopo che la Federal Reserve ha affermato che manterrà ancora bassi i tassi d'interesse Usa per un bel po' (penalizzando di fatto l esportazioni europee e della stessa Germania) ha ricordato che anche la Cina rischia di essere svantaggiata nelle proprie esportazioni da un dollaro troppo debole.
E l'Italia? In termini di Pil è quasi pari alla Gran Bretagna, insieme alla Germania è l'unica nazione che ancora nel 2010, in Europa, potrebbe essere in recessione. Per quest'anno avrà un Pil che potrebbe essere in calo del 6% e quale posizione abbia nel dialogo tra le grandi potenze sulla crisi globale francamente è difficile da capire. In questi giorni, a destra e a sinistra, il Bel Paese sembra infatti concentrato soltanto sulla vita personale del premier. (GD)
