Unicredit al bivio tra Tremonti Bond e aumento di capitale

Oggi il comitato strategico permanente di Unicredit si riunisce in vista della prossima riunione del consiglio di amministrazione della banca fra una settimana. Al centro del dibattito sulle prossime azioni da intraprendere per rafforzare il patrimonio della banca di Piazza Cordusio il dilemma tra un aumento di capitale e un ricorso ai Tremonti Bond. Un dilemma di difficile soluzione.

L'aumento di capitale (indiscrezioni di stampa ipotizzano una cifra di 4 miliardi di euro) comporterebbe un nuovo investimento dei grandi azionisti, fondazioni come quella di Torino o quella di Verona che non sembrano intenzionate ad appoggiare nuove ricapitalizzazioni. Lo strumento dell'aumento di capitale, però, sarebbe forse più economico dei Tremonti Bond per la banca. Il prestito pubblico richiede, infatti, un tasso dell'8,5% dal primo anno e un tasso crescente negli anni successivi.

Soprattutto l'intervento dello stato nel capitale dei grandi gruppi bancari implicherebbe un peso politico nuovo nell'amministrazione delle banche e molte di queste chiedono invece le mani libere. La necessità di rimpinguare i patrimoni bancari non nasce, però, soltanto dalla crisi e dal deterioramento dei crediti forniti ad aziende e clienti retail, ma anche dalla facile previsione di un giro di vite nelle norme internazionali sui requisiti patrimoniali delle banche.

Un po' tutti gli istituti d'Europa stanno cominciando ad andare in questa direzione e, anche se nuove norme non saranno operative da subito, di certo è bene attrezzarsi per tempo. Oltretutto il nuovo quadro regolatorio non interverrà solo sulla percentuale di tier 1, ma, probabilmente, richiederà anche una minore percentuale di capitale ibrido rispetto allo stesso capitale primario.

D'altra parte un'emissione obbligazionaria potrebbe avere successo visto il positivo momento del mercato. Gli operatori leggono una fiducia generale che, più che sui fondamentali delle banche di oggi (spesso travagliati da multipli p/e ancora elevati e utili messi a rischio da crescenti crediti a rischio), sembra fondarsi sulla speranza di una ripresa di livelli di redditività non pre-crisi, ma comunque accettabili. Sembra quasi che il mercato guardi ormai non al 2010, ma oltre.

Questa l'impressione di alcuni osservatori nonostante le svalutazioni si asset nei bilanci bancari appaiano ancora ai molti incomplete. Ieri l'Ocse e qualche mese fa Nouriel Roubini hanno affermato, supportati anche da alcune rilevazioni di istituzioni europee e americane, che probabilmente le svalutazioni su asset a rischio presenti nel portafoglio delle banche sono ancora alla metà del dovuto. Il mercato oggi sembra scommettere evidentemente su un rapido riempimento di questo gap. Di certo un rafforzamento patrimoniale delle maggiori istituzioni finanziarie comunque non farà male: purché ci sia la consapevolezza, per chi sottoscrive gli aumenti di capitale, che si sta sottoscrivendo del capitale di rischio. (GD)